Di Blog che parlano di problematiche psicologiche internet ne è pieno.
Il mio progetto, per certi versi forse oltre le mie possibilità, non vuole essere quello di offrirvi delle informazioni, delle strategie o anche semplicemente delle osservazioni sulle tematiche psicologiche più sentite, ma fare qualcosa di più.
Alla luce di un momento storico come quello attuale, dove sentirsi confusi, ansiosi e spaventati è ormai lo stato di base dell’esperienza della vita di tutti i giorni, provare a costruire insieme a voi una piccola zattera di salvataggio dove rifugiarsi quando il mare si fa grosso e arriva la tempesta.
Certo, non so se questa zattera reggerà sempre, ognuno fa quello che può con quello che ha, ma so che la costanza premia e che un giorno non significativamente lontano da quello in cui scrivo oggi per la prima volta su questo blog, quella zattera potrebbe addirittura essere diventata un magnifico veliero, grande abbastanza da sfidare i mari, forte a sufficienza da superare la tempesta.
Certo il cantiere in cui costruiamo non è dei migliori e sicuramente non ci offre tutti gli strumenti che ci servono, anzi, alcuni ce li ruba da sotto le mani, come ci ruba quotidianamente sicurezza, autostima e senso del valore a favore di luci da palcoscenico che alla fine ci lasciano più al buio di prima.
Il panorama nel quale infatti si svolge silentemente (ma neanche poi tanto) questo progetto è un’epoca storica profondamente contraddittoria, dove quando ascolto i miei pazienti seduti sul divano del mio studio, mi parlano di uomini narcisisti e di donne borderline, di amori che non nascono per il terrore di provare qualcosa di diverso della solita e rassicurante monotonia, la meravigliosa anestesia emotiva che ci fa essere ovunque e contemporaneamente da nessuna parte e dove il sesso è la moneta di scambio di ogni transazione economica e non.
Un momento in cui il vuoto che ci portiamo dentro è diventato talmente profondo e radicato che abbiamo cominciato a credere che ci fosse sempre stato, che fosse nato lì insieme a tutte le altre cose della terra o al massimo che qualcuno ce lo avesse lasciato distrattamente senza rendersene conto.
Un’epoca dove il femminile ha rinunciato ai suoi estrogeni in favore del testosterone, nella speranza di fingersi sicuro e insensibile, impermeabile a qualsiasi ferita emotiva, in un mondo ancora profondamente a misura d’Uomo, quello stesso uomo che demascolinizzato di tutte le sue certezze, sentendosi sempre non all’altezza, non abbastanza, non adeguato, ha spento i sentimenti e acceso la playstation.
E le famiglie? Quel luogo sicuro dove la Barilla ci preparava gli spaghetti delle pubblicità proprio perché era “casa” e casa significava amore e protezione?
Quando chiedo ai miei pazienti, soprattutto a quelli più giovani, se parlano mai delle loro difficoltà e dei loro dolori in casa, alle proprie famiglie, a coloro che li hanno messi al mondo, loro rispondono annoiati e indifferenti “Che senso avrebbe? Sono degli estranei”
Qualcun altro mi risponde “Doc, secondo lei mio padre capirebbe? Viene nella stessa discoteca mia”
Nella famiglia non si parla, nella scuola non si parla, tra la gente non si parla, sui social… beh.. credo sia intuitivo come continua la frase.
Dove allora si può smettere di stringere i denti prima di romperli e ricominciare a respirare se scuole, case e strade sono tutto il contrario di tutto e dove vige il tacito accordo che delle cose brutte non se ne può parlare?
#solocosebelle, per un periodo questo hashtag è stato il tormentone del web, quasi come se fosse la rivendicazione mondiale al proprio diritto di vivere SOLOCOSEBELLE e mai più cose brutte
Si, perché se non mi porti solo cose belle non sei “taggabile”, potresti addirittura essere un “malessere”, e posso mai mettere un malessere, magari neppure “instagrammabile” nella mia vita? Rovinerei tutto il cinematografo, come si diceva il secolo scorso, che ho costruito con tanta fatica, duro lavoro e al prezzo della mia più autentica felicità.
Quello che però le nuove generazioni non sanno e le vecchie hanno dimenticato è che le cose brutte non possono sparire a botta di selfie e tiktok, sono parte integrante della vita stessa e che il trucco non è vivere #solocosebelle, ma allenarsi con sensibilità alle cose brutte e sviluppare così “resilienza”, senza tuttavia mai dimenticare di apprezzare e godere di quelle cose che belle lo sono davvero.
Oggi purtroppo la resilienza si allena come ci si allena il venticinque dicembre ad ora di pranzo e così al minimo intoppo ci sentiamo frustrati, falliti, inadeguati, odiati dal destino e dagli dei, quando la verità è che stiamo semplicemente vivendo quello che vivono tutti. La Vita.
Una vita che ci ostiniamo a non voler capire come funziona e ad adattarla al nostro gusto personale.
Eppure di uomini resilienti ce ne sono stati e forse ce ne sono ancora. Sono quelli che un tempo si sedevano a tavolino con le proprie #cosebrutte e, senza alcuna remora, con o senza paura ( molto spesso più con che senza ), ci parlavano fino a che non si trovava un accordo, fino a che non ci usciva il compromesso.
Che poi, in fondo, a conoscersi meglio, quella cosa brutta, tanto brutta mica sempre lo era.
Fatto ciò la vita proseguiva nella realtà e nella LEALTà di quell’accordo e non nella fantasia delle vuote frasi motivazionali con cui cominciamo la giornata carichi la mattina e che al primo semaforo rosso dimentichiamo completamente di mettere in pratica.
Oggi, dove il mondo non è più neppure liquido come diceva Bauman, ma forse è addirittura evaporato e dove siamo costantemente più nella nostra testa ( e nello smartphone ) che nella nostra vita, sapreste lucidamente distinguere qual è la realtà dalla fantasia?
Sapreste dirmi chiaramente in quale delle due state vivendo?
Perché è proprio questo quello che succede, oggi, adesso, in questo preciso istante. Succede che perdiamo il contatto col mondo reale, quello fatto di suoni e di odori, spesso anche di puzza, che da i social la puzza non si sente e basta mettere un filtro per trasformare anche urina in oro.
Succede che fuori dalla realtà affrontiamo ogni relazione come se fosse immaginaria, motivo per il quale nasce e finisce nel tempo di un click, che è un tempo se possibile ancora minore di quello di qualunque immaginazione.
Poi mi arrivano Pasquale, Gennaro, Tizio, Caio a studio e mi dicono “ Dottorè, ma ste femmine non le devi manco più prendere in giro per portartele a letto, ma che tristezza, non mi viene manco più voglia di conoscerle” e poi vengono Tizia, Caia e Sempronia e mi dicono “ Doc, ho conosciuto questo ragazzo in discoteca, mi ha detto delle cose molto belle, mi ascoltava, nessuno mi ascolta di solito, mi sembrava quasi che mi capisse, però mi ha detto subito che sta scottato della vecchia relazione e per questo non vuole cose serie, è STATO ONESTO, l’ ho apprezzato molto, io poi non volevo fare vedere che ci tenevo, volevo mostrarmi sicura e libera e quindi ci sono stata. Che tanto poi se non ci fossi stata comunque probabilmente non lo avrei sentito piu, magari standoci avevo più possibilità, magari gli piacevo.”
“ E poi? ”
“Poi non l’ho sentito più.”
Mi viene in mente quando apre una pasticceria e all’inaugurazione ti fanno assaggiare un dolcino per farti comprare l’intera torta, solo che in questo caso si fa mangiare l’intera torta nella speranza di fare comprare un dolcino.
Non mi pongo l’obiettivo di insegnare qualcosa, né tantomeno di dare risposte esistenziali di cui non si capirebbe neppure la domanda a cui è riferita la risposta. Non saprei certamente farlo e non è mio desiderio.
Il mio desiderio è offrire qualcosa di buono, anche solo poche righe di VERITà, che ognuno possa prendere e usare per se stesso o per gli altri quando il sipario di questa immensa sceneggiata cala e ci ritroviamo soli nel nostro buio interiore senza più alcuna finzione a cui aggrapparci.
Non darò risposte né vademecum, di TUTTOLOGIA ne passa già troppa da bocche asciutte e senza gusto.
Io farò domande, tante domande, migliaia di domande e solleverò dubbi, molti dubbi. I dubbi che tutti dovremmo avere.
Perché non è la risposta, ma la domanda a far nascere un ragionamento, è la domanda ad aprirvi la strada.
Così magari ricominciamo pure ad allenarci a ragionare e non solo ad applicare quello che ci viene detto con il copia e incolla.
LA RISPOSTA NON VI SERVE, Ciò CHE VI SERVE è LA DOMANDA, perchè ci pensate bene, le più grandi rivelazioni della vostra vita non le avete avute da una risposta a caso, ma dalla domanda giusta.
Buon viaggio insieme.